Ogni seconda domenica di settembre, il borgo molisano di Riccia si trasforma in un palcoscenico a cielo aperto dove la tradizione contadina sposa la creatività festosa. La Festa dell’Uva, una delle manifestazioni più antiche e sentite della regione con origini risalenti agli anni ’30, trova il suo cuore pulsante nella spettacolare sfilata dei carri allegorici. Queste monumentali opere d’arte, abilmente decorate con migliaia di chicchi d’uva, tralci di vite e foglie, non sono semplici elementi scenografici, ma veri e propri quadri viventi che mettono in scena gli antichi mestieri e la faticosa, ma orgogliosa, vita rurale di un tempo.
Tra il profumo del mosto che riempie l’aria, canti popolari, sbandieratori e la generosa distribuzione di vino e specialità gastronomiche locali, l’evento richiama migliaia di visitatori da tutta l’Italia centromeridionale. Non si tratta solo di una sagra, ma di un rito collettivo unico in Molise, capace di rinnovare ogni anno il legame indissolubile tra la comunità e la propria terra.
La tecnica decorativa segue un rituale meticoloso e geometrico.
La selezione policroma:
I chicchi non vengono scelti a caso, i maestri carristi li selezionano pazientemente uno ad uno in base alle dimensioni e alle sfumature di colore. Giocando con le tonalità naturali dell’uva bianca, di quella nera e delle diverse gradazioni di maturazione, riescono a ottenere effetti chiaroscurali e sfumature pittoriche di straordinario realismo.
La pazienza del mosaico:
Ogni acino viene incollato a mano, uno alla volta, seguendo i contorni di strutture precedentemente modellate in legno e argilla. Le superfici dei carri vengono rivestite completamente, incastonando gli acini come se fossero pietre preziose.
I dettagli della vita rurale:
Oltre ai mosaici di chicchi, la decorazione prevede l’uso massiccio di tralci di vite freschi, foglie e raspi per incorniciare le scene. Sui carri prendono vita riproduzioni fedeli di antiche cantine, cucine contadine, botti e persino macchinari d’epoca, arricchiti da utensili storici reali recuperati dalle vecchie soffitte del paese.
Questa dedizione trasforma la sfilata in un vero e proprio museo etnografico in movimento, dove la materia prima della terra diventa lo strumento per scolpire la memoria storica della comunità.




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