Menu
ARTICOLI

ESSERE UN ITALIANO NATO IN UNA TERRA LONTANA

Sentire una terra lontana come propria non è facile.

Sono nato nell’ormai lontano 1964 in questa città di La Plata, dove ho vissuto tutta la vita. In questa immensa pianura che è il centro dell’Argentina, senza una sola collina a interrompere la vista infinita dell’orizzonte. E molto vicino al Río de la Plata, quel fiume che sembra un mare, la cui sponda opposta –nell’Uruguay- non si vede e che è il più largo del mondo.

Il Comune di La Plata, di fronte alla piazza centrale.

Qui ci sono la maggioranza dei miei parenti più amati, i miei amici di tutta la vita e quelli più recenti, il luogo dove un tempo sorgeva la mia casa d’infanzia, che ora non esiste più ma di cui conservo ricordi meravigliosi e che sarà sempre “casa mia” per me.

A un anno di etá, nella indimenticabile casa della mia infanzia.

Tutta la mia storia di vita, i miei studi, i miei lavori.

Qui c’è anche il Club Estudiantes de La Plata, i cui colori rosso e bianco incarnano la mia enorme passione per il calcio.

Tutti i miei nonni e persino un bisnonno erano argentini, discendenti delle enormi ondate migratorie che giunsero nella nostra America tra la fine del Ottocento e l’inizio del Novecento.

Avevo cinque bisnonni italiani, uno francese, una spagnola, un argentino figlio di uno spagnolo e di una uruguaiana, e persino una parente più lontana che, secondo la storia familiare, parlava tedesco, ma non saprò mai se fosse tedesca, austriaca, svizzera o forse tirolese.

A Noepoli (Basilicata), luogo di nascita della mia bisnonna paterna Rosario Fuertto.

Tuttavia, in mezzo a quella miscela di origini, la mia identità italiana emergeva con forza.

Forse ha avuto un ruolo importante il mio fortissimo legame con mio nonno materno, Mateo Barbiera (in realtà Barbieri, cognome cambiato come tanti altri a causa di un’errata registrazione all’arrivo di suo padre a Buenos Aires), di cui ho già scritto in Il Ponte. Figlio di un molisano (di San Giuliano di Puglia) e di una lombarda, mio ​​nonno conosceva la storia della sua famiglia nei dettagli e me la raccontava in lunghe chiaccherate, che includevano non solo la sua famiglia, ma anche la comunità di immigrati in cui era cresciuto nel suo piccolo paese natale in Argentina.

A San Giuliano di Puglia, luogo di nascita di mio bisnonno materno Giuseppe Antonio Barbieri, nel gennaio 2020.

Ricostruire l’albero genealogico paterno è stato più difficile: mio nonno Lisandro Chiavaro si ammalò di Alzheimer quando avevo solo sei anni, quindi non ho quasi nessun ricordo di lui in salute. Inoltre, viveva in un’altra città.

Mio nonno paterno Lisandro Chiavaro (1903-1979), il cui padre Giovanfelice nacque a Montorio nel 1856.

Fortunatamente, quando ho iniziato la mia ricerca genealogica sulle mie radici, ho trovato il certificato di matrimonio di mio bisnonno Giovanfelice Chiavaro in Argentina. Su di esso, l’impiegato dell’anagrafe, invece di scrivere semplicemente “italiano”, annotò meticolosamente “nato a Montorio nei Frentani, provincia di Campobasso” e i nomi dei suoi genitori (Alessandro Chiavaro e Maddalena Zappone).

Ed è così che è iniziato il mio legame con il nostro Paese.

Devo ricordare che, con queste informazioni, lasciai un messaggio sulla pagina di Montorio sul sito “comuni.it”, a cui rispose Angelino De Luca. Tra noi nacque un’amicizia a distanza, e fu il mio caro amico Angelino a condividere con me tutta la sua conoscenza della storia e della cultura del nostro Paese, e il suo profondo amore per la sua terra.

Durante la mia prima visita a Montorio, nel maggio 2008 (foto scattata da Antonio Fasciano).

E fu anche Angelino a mettermi in contatto con Costanzo Colantonio e quindi con Il Ponte, cominciando anni di amicizia e lavoro riflessi sulle pagine della rivista, e a un legame sempre più stretto con Montorio, dove finalmente arrivai nel maggio 2008.

E lì ho anche trovato la mia familia montoriese!!!

A proposito, quando ho iniziato la procedura per ottenere la cittadinanza italiana ius sanguinis, ho deciso che non volevo essere un cittadino italiano che arrivasse all’aeroporto di Fiumicino e salutasse con un “good morning”…

Allo stesso tempo, dunque, mi sono iscritto alla Società Dante Alighieri della mia città, dove ho imparato l’italiano per oltre dieci anni. Quegli anni di studio non solo mi hanno dato una padronanza della lingua, ma anche una conoscenza approfondita della storia, della cultura e delle idiosincrasie italiane. E hanno cosí rafforzato il mio senso di appartenenza.

E naturalmente, come ho già accennato in altri articoli, questo si intreccia con la forte presenza italiana nello stile di vita argentino: nel vocabolario, nelle usanze, nel cibo e nel modo di parlare. È molto comune nei paesi in cui non si parla né italiano né spagnolo scambiare un argentino per italiano quando lo si sente parlare, perché anche in spagnolo la sua parlata ha la stessa cadenza, oltre al caratteristico “parlare con le mani”, accompagnando le parole con gesti tipici.

E così, a poco a poco, nacque un senso di appartenenza alla terra dei miei antenati.

Ma anche in tempi di globalizzazione e sovraccarico di informazioni, qui a La Plata mi trovo a circa 11.000 km dall’Italia, che non è presente nella mia vita quotidiana.

Certo, Il Ponte e il legame con Montorio mi fanno sentire ogni giorno un po’ più vicino. Mi forniscono un’ancora, un luogo di appartenenza in Italia.

I miei successivi viaggi in Italia, nel 2008, 2009, 2011 e 2020, mi hanno anche permesso di entrare in contatto con la gente, di ammirare i loro luoghi e paesaggi, di sentire il suono della lingua e di provare la speciale sensazione di sentirmi a casa.

E il desiderio sempre presente di tornare, di visitare regioni ancora inesplorate e semplicemente godermi di essere lì.

Per quanto possibile, e attraverso i media, cerco di rimanere informato sulla vita italiana, pur sapendo che non è la stessa cosa che viverla giorno per giorno.

La musica, soprattutto quella che ascoltavo da bambino negli anni ’60 e ’70 (Nicola Di Bari, Iva Zanicchi, Gigliola Cinquetti, Domenico Modugno…) e anche l’incomparabile voce di Luciano Pavarotti, è l’Italia fatta arte e tocca profondamente l’anima.

Ricordo di aver fatto un giro in gondola a Venezia, durante il quale un cantante accompagnato da una fisarmonica cantava canzoni tipiche e, alla fine del giro sul Canal Grande, lui si è piazzato proprio di fronte a me cantando O Sole Mio, così non ho resistito alla tentazione e l’ho cantata a squarciagola insieme a lui.

E naturalmente, non poteva mancare il calcio. Non ho una squadra italiana preferita, quindi gli Azzurri sono per me un modo per vivere la mia identità da lontano, per gridare gol, per subire sconfitte ed eliminazioni (purtroppo, molto frequenti) e per commuovermi all’Inno di Mameli. Nel 2023, la mia città ha ospitato la Coppa del Mondo U-20 e, per la prima volta, ho potuto vedere la nazionale italiana dagli spalti e sostenerla fino alla finale.

Nello stadio della mia città, durante il Mondiale Under 20 del 2023.

L’Italia, quindi, è stata una presenza costante nella mia vita e ha trovato un posto nel mio cuore. Quando parlo dell’Italia dico “noi”. È una parte inscindibile della mia identità, dalle mie radici al mio presente, anche se vivo nella parte più meridionale del Sud America.

Nessun commento

    Lascia un commento