In questo quinto anniversario del nostro “nuovo Ponte” ancora di più credo sia giusto scrivere di concetti di ponte, di legami, di radici.
Per noi montoriesi nati e cresciuti in un contesto in cui l’emigrazione post guerra è stato l’evento storico che ha caratterizzato la vita e lo sviluppo del paese, il Canada per antonomasia ha rappresentato sin da piccolini “l’altro Montorio”, una sorta di succursale dove tutti i paesani vivevano e lavoravano durante l’anno salvo poi rientrare puntualmente al paese già a giugno per le feste patronali e rimanerci per svariate settimane.
Per noi piccoli montoriesi i turisti e gli stranieri erano tutti canadesi o più genericamente americani (i mrecan), proprio perché l’emigrazione di massa è stata verso quelle terre.
Anche io da piccolissima ho vissuto da emigrata, insieme ai miei genitori, i primi due anni della mia vita, in quel di Montreal; e per tanti anni a venire nella mia testa, nella mia immaginazione pensavo che i montoriesi vivessero tutti nella stessa strada, si frequentassero tutti i giorni, si aiutassero a vicenda e cercassero di riprodurre la vita che avevano lasciato dietro di loro.

Oltre ai miei zii diretti (i fratelli di mio padre)i migliori amici dei miei genitori vivevano tra Montreal e Toronto e i loro racconti e le loro esperienze oltre oceano mi rapivano completamente.
Raccontavano storie che si svolgevano nelle yard, nei bilding, nelle squares, negli stores, con le grandi car, sopra i bridges, lungo il river e soprattutto nei loro sell (in realtà cellar, ma dalla loro pronuncia io capivo quello).
Li vedevo ricchi, affermati, un pò strani nel vestire, con i portafogli pieni di dollari e cents che ci davano poi per andare a comprare il gelato. Ci portavano in dono vestiti a fiori, shorts, cappellini da baseball, magliette stampate con cui poi noi ci pavoneggiavamo nelle nostre passeggiate o feste del paese.
Portavano le stecche di sigarette, le stoffe colorate, lo sciroppo d’acero, il preparato per i pancakes, l’ultimo lievito per dolci miracolosi e il sogno americano!
All’età di 13 anni, esattamente nel giugno 1980, prendo il mio primo aereo (in modo consapevole) e vado con mio padre proprio in Canada.

Ci sono rimasta per 40 giorni (mio padre solo 10 giorni) e credo di aver visitato se non tutte, quasi tutte, le case dei montoriesi a Montreal e Toronto.
Eravamo continuamente invitati a pranzo e a cena e non esisteva possibilità di rifiuto.
Tutti così desiderosi di mostrare le proprie case, i mobili in legno splendente e salotti con divani ancora con il cellophane per non sgualcirli, e poi la vita vera era già nel “sell” dove si mangiava, ci si riuniva, e si tirava tardi.
Per chi possedeva la “yard” poi era d’obbligo fare la “steak” sul barbecue e dire :”quess è carn no quell che c scta e Mentorije”, e poi arrostire le pannocchie che erano dolcissime perchè di mais e non granturco.
Era una vera e propria gara a preparare i migliori pranzi e cene, e poi tutta la sessione dei ricordi, della partenza amara, molti di loro sulle “boat”, le lacrime, la fame, e poi il riscatto.
Avevano aperto supermercati, bar, parrucchieri, oppure lavoravano nelle fabbriche, negli uffici…..insomma ora possedevano il bagno e non dovevano andare più a fare i bisogni all’aperto dietro casa (il ricordo più amaro per tutti).
Ho incontrato persone , soprattutto più anziane, che mi hanno detto che non sarebbero mai più tornate a Montorio perché il ricordo di una vita così dura e difficile li accompagnava al punto che pensavano che nel 1980 la situazione in Italia fosse ancora di miseria e povertà!
E poi ho visitato il “famoso” bar Roma di Antonio Bucci che nella mia immaginazione era una sorta di Gran Caffè napoletano o romano…..rimasi così delusa nel vedere un semplice locale, molto molto frequentato, ma con un arredo basico e modesto che strideva con l’idea che mi ero costruita.
Ma era là che tutti i paesani si ritrovavano, anche altri molisani. Alcuni addirittura si facevano il caffè da soli dietro al bancone! Parlavano di calcio, di politica, delle ferie a Montorio. Sui tavoli c’erano giornali e riviste italiane, si giocava a carte, si fumava e si beveva. Una sorta di Little Italy concentrata.
Ho conosciuto i figli e le figlie di tutti gli amici dei miei genitori, ragazze e ragazzi della mia età o un pò più grandi, sapevano tutto di Montorio anche se molti di loro non ci erano mai stati, e parlavano un dialetto strettissimo, alcune parole io neanche le conoscevo.
E poi infine ho partecipato alla grandissima festa di San Costanzo che si teneva la prima settimana di luglio nel villaggio dell’Epiphanie, a 50 km da Montreal. Una grande parco con tanto di messa, processione, musica e cibo in quantità spropositata. Era li che la comunità si riuniva tutta, tramandando la devozione al santo e la tradizione ai figli, e ai figli dei figli.
E’ stato solo là che mi sono davvero resa conto di cosa fosse stato il fenomeno migratorio per Montorio. Là mi accorsi delle sue dimensioni e della sua trasversalità .
A Montorio non avevo mai visto tutta quella gente , tutti quei “paesani” tutti insieme. Ed è sempre là che mi sono resa conto di che frattura ognuno di loro si portava dentro: il distacco forzato dalle radici, dagli affetti, dai colori…..si, sicuramente erano più ricchi e benestanti, ma nei loro occhi e nelle loro preghiere a San Costanzo vi era tutto il dolore per la lontananza dalla loro terra.







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