Lettera a cuore aperto di Filomena Di Michele Paventi
Caro Montorio…
Per te ho scritto parecchie poesie, secondo i miei ricordi. Ti ho fatto conoscere a tutti i miei amici d’oltreoceano e ho cercato di farti ricordare anche da quelli che, come me, hanno dovuto emigrare. Ma, alla mia età, sto riflettendo che non ti ho mai scritto una lettera personale.
Oggi mi sono decisa a scrivertela. Forse non saprò nemmeno esprimere tutto il bene che ti ho voluto e che ancora ti voglio. Anche se sono avanti negli anni, devo dirti che ho 86 anni ben suonati.
Mi chiamo Filomena Di Michele, figlia di Antonio Di Michele e Addolorata Di Marco. Eravamo in quattro in famiglia: mamma, papà, io e mia sorella Giuseppina, più grande di me di tre anni.
Sono 69 anni che ti ho lasciato. Però, devo essere sincera: non ti ho mai dimenticato. Nel percorso della mia vita, in terra straniera, mi hai sempre accompagnata e continui ancora oggi a starmi vicino. Anche se sono di una certa età, sei sempre con me, e credo che lo resterai anche oltre la vita.
Tu sei stato il mio secondo padre, la mia seconda madre, il mio primo amore. Mi hai insegnato i primi giochi e mi sei stato sempre accanto, insieme al nostro Protettore. Ho dovuto lasciarti per forza maggiore, ma sappi, caro Montorio, che un pezzetto di te l’ho conservato nello scrigno dorato, nel più profondo del mio cuore: prima da bambina, poi da ragazzina e infine da giovanetta. Ti sono grata perché sono sicura che tu abbia
raccomandato al nostro Protettore di vigilare su di me durante quella lunga e penosa traversata, su quel mare immenso. Ti confesso una cosa, sai,
caro Montorio? Ti pensavo sempre, nei momenti lieti e in quelli tristi, e ancora oggi mi ritorni in mente. Quando me ne sono andata avevo appena 17 anni: ero come un fiore appena sbocciato e reciso allo stesso tempo.
Forse tu non ti sei nemmeno accorto del dolore che ho sofferto quella mattina del 13 dicembre 1956, quando ti ho lasciato per venire in Canada a raggiungere papà, che era emigrato sei anni prima.
Sai, caro Montorio, io mi ricordo di tutto, o quasi, di quei tempi passati lassù, su quel colle dove tu mi sembravi il re del Molise: eri così bello. Non posso raccontarti tutto, altrimenti ci vorrebbe un libro. Voglio fare solo un piccolo riassunto dei miei ricordi passati lassù, sul mio caro colle.
Era il dopoguerra ed eravamo poveri. Eravamo una famiglia di contadini. Mamma e papà andavano a zappare dai proprietari. Non è che me la sia passata tanto bene: c’era tanta miseria, eppure devo dirti che, malgrado tutto, ero felice. Certo, non conoscevo molto del mondo, ma mi accontentavo di poco. Mi ricordo quando mamma ci comprava
Un paio di scarpe: avevamo due paia in tutto, uno per tutti i giorni e l’altro per andare a messa. E guai a me se papà tornava dalla campagna e mi
trovava a giocare “calcaciupp” perché consumavo la punta delle scarpe.
Mi ricordo che papà faceva di tutto:
l’imbianchino, scavava pozzi, zappava, andava a mietere. Insomma, si arrangiava a fare qualsiasi lavoro pur di procurarci da mangiare.
Mi ricordo quando andava sui colli a raccogliere i dafani e l’origano. Ci nutrivamo alla meglio con la verdura campestre, tacozze, ciufl..
Vedemmo uno spiraglio di luce quando papà, nel 1950, partì per il Canada. Poi andammo ad abitare a casa dei nonni materni, a Balpa Cavata. I nonni erano morti, gli zii erano partiti tutti per il Canada e così, grazie a qualche dollaro che ci mandava papà, almeno non pagavamo più l’affitto.
Mio nonno, “Tatillo” Pasqualuccio, aveva anche un po’ di terreni, alla via delle Trocche. C’era il pagliaio, parecchi alberi da frutta, una piccola vigna e qualche ulivo. Così mamma e mia sorella andavano tutti i giorni in campagna, mentre io restavo a casa. Allora si stava un po’ meglio, anche se bisognava sempre risparmiare.
Verso i miei 14 anni, e i 17 di mia sorella, mamma ci mandò alla scuola di taglio e cucito e anche a imparare il ricamo dalla signorina Lina Petti. Eravamo diventate grandicelle e la povera mamma andava da sola a zappare. Quanti sacrifici.
Caro Montorio, mi ricordo quando mamma ci comprò la tina di rame. La comprò un po’ piccolina, perché dovevamo usarla io e mia sorella. La pagò 3.500 lire. Era la nostra prima tina di rame per andare a prendere l’acqua alla Fonte Nuova oppure a San Michele, per prendere l’acqua fresca da bere.
Di te mi ricordo tutto, o quasi, anche se sono passati tanti anni. Mi ricordo quando nevicava e quanto eri bello con quel mantello bianco. Però in casa faceva molto freddo e, quando fischiava il vento e tirava la tramontana, la neve si infilava sotto le porte, che erano un po’ sconnesse. Così, la sera, prima di andare a dormire, mamma metteva sempre degli stracci sotto le porte per non fare entrare la neve durante la notte.
Poi prendeva un po’ di brace dal camino e la metteva nel braciere in mezzo alla stanza, riscaldarci un poco. Verso le otto dovevamo andare a letto e spegnere la luce, altrimenti si consumava l’elettricità.
Mamma allora prendeva quella brace e la metteva nel letto con il “monaco”, lo scaldaletto, per intiepidire le lenzuola prima che andassimo a dormire.
Devo dire che, dopo che papà partì per il Canada, dormivamo tutte e tre insieme nel letto con mamma. Stavamo piu’ calde.
Sai, caro Montorio, non è che me la sia passata tanto bene, ma era il dopoguerra e per noi contadini poveri è stato molto duro. Però abbiamo sempre tirato avanti con onore e onestà.
Quando arrivava il Santo Natale, mamma ci comprava qualche torroncino e qualche mandarino. La notte di Natale mi ricordo tutti noi bambini in chiesa, incantati davanti al presepe. Ti ricordi zi Quesctanz Rencon? Era lui che, con tanta maestria, costruiva il presepe. Noi bambini restavamo estasiati a guardare quell’acqua che scorreva, la donna che faceva il bucato, tutto quel muschio: a ‘’iervlell’’ era una meraviglia.
Poi, a mezzanotte, don Giovanni De Luca, l’allora parroco, portava il Bambinello in processione per la chiesa. Zi Crescenzo Selvaggio suonava l’organo e intonava Tu scendi dalle stelle. Il parroco riportava poi il Bambinello nella grotta e noi bambini ci stringevamo tutti intorno al presepe. Le signorine De Santis e Mena Bucci ci facevano cantare tutti insieme:
Scendete, angioletti, scendete quaggiù
intorno al presepe del bimbo Gesù…
e l’inno cantate più dolce e più bello
al Bimbo che giace trà il bue e l’asinello
Din don din don din do din dan…
La notte s’accende di mille splendor,
discendono gli angeli e spargono i fior
non punge la paglia al bimbo Divino
sui fiori riposa il biondo capino
Din don din don din don din dan…
Ed era passato anche il Santo Natale.
E così, finita la celebrazione, tutti a casa, infreddoliti ma contenti. Ed era passato anche il Santo Natale.
Poi, con la primavera, arrivava la Santa Pasqua. La mamma, per farci contente, impastava un po’ di farina per fare i taralli e con quella pasta preparava delle pupattelle: a me faceva un piccione con l’uovo sodo sopra, e a mia sorella un altro dolce con l’uovo. Però bisognava aspettare che il sacerdote venisse a benedire la casa.
Il giorno di Pasqua finalmente potevamo mangiarli
Poi arrivava la festa di San Costanzo. Mamma mi vestiva da verginella per andare in processione. La chiesa mi sembrava una cattedrale, con tutti quegli affreschi che allora non capivo bene. C’erano l’organo, la ciarangella e la bellissima Annunciazione che è stata portata anche all’EXPO a Milano.
Che fierezza per il nostro paesello, e per noi montoriesi.
Carissimo Montorio, grazie per tutte le cose belle che mi hai donato. Hai risvegliato in me tanti ricordi. Per me sei come il primo amore: non si dimentica mai.
Come potrei dimenticarti? Sei stato il mio secondo padre e la mia seconda madre. Mi hai insegnato l’onore, l’onestà e tante altre cose. Hai cullato i miei primi vagiti e stai pur certo che ti porterò sempre nel mio cuore, fino alla fine dei tempi, perché sono tua figlia.
P.S. Caro Montorio, sono molto fiera di appartenerti. Sono felicissima di vedere che, anche se sei un piccolo paese, stai facendo tante cose belle: le fontane rinnovate, la statua di Padre Pio, il monumento ai caduti e quello dedicato agli emigranti.
Sai una cosa? Anche ai miei figli parlo sempre di te, quasi fossi il loro secondo nonno. Racconto loro di quando vivevo con te e ti ho fatto conoscere anche ai miei amici, perché il tuo ricordo lo porto sempre con me.
Carissimo Montorio, forse tu non lo sai, ma sei di una bellezza unica. Ti voglio un gran bene. Grazie per quel poco tempo che siamo stati insieme. Se oggi sono la donna che sono, lo devo anche un po’ a te. Ma devo ringraziare anche questa terra che ci ha accolti.
Certo, all’inizio non sapevamo la lingua e noi emigranti non eravamo ben visti. Dicevano che eravamo venuti a rubare il lavoro, perché venivamo pagati meno e lavoravamo di più. Non l’abbiamo passata bene all’inizio.
Ma col passare del tempo si sono ricreduti e oggi siamo una delle comunità più apprezzate.
Ti voglio bene, non dimenticarlo mai.
Ciao, mio caro e indimenticabile MONTORIO. Salutami tutti. I montoriesi restati sul Colle e quelli sparsi per il mondo.
Un grazie di cuore a questi baldi giovanotti Montoriesi che hanno continuato il lavoro del Professor Costanzo Colantonio. Seppur virtualmente fanno onore al nostro paesello grazie ragazzi in primis a te caro Gianmario e la capo direttrice. E tutti coloro che collaborano per far si che questa avventura dura il più lontano possibile. Ciao! Ad maiora…







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